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   Notizia del 03 giugno 2009 ore 12:10 - Visite 87
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Racconti di sport > La mia prima volta a Wimbledon

Racconti di sport - La mia prima volta a Wimbledon
di GIANNI CLERICI


Racconti di sport >  La mia prima volta a Wimbledon Gianni Clerici è entrato due volte nel tempio del tennis londinese come esordiente: la prima come giocatore a 23 anni, laseconda tre anni dopo come primo giornalista italiano accreditato. Questo il racconto di quelle indimenticabili eperienze
Era lì. Traverso le massicce arrotondate sbarre in ghisa nera, si offriva ai miei occhi increduli la prospettiva di uno, due, tre, quattro, cinque campi di tennis, lievemente scanditi da teloncini divisori. La veduta era incantevole. Ma niente era più incantevole del verde di quell'erba compatta, certo dolcissima al tocco. Più oltre, sulla destra delle Doherty Gates, si ergeva il castello del Centre Court, che inalberava la bandiera verde-viola dello England Lawn Tennis and Croquet Club.
Era Wimbledon. E io ero lì, davanti a Wimbledon, visione celeste, infinitamente superiore alla mia immaginazione di bambino, di piccolo socio del Tennis Club Alassio, retto da Lord Daniel Hanbury che tanto me ne aveva parlato, e in un giorno indimenticabile mi aveva addirittura detto: "Ci andrai, piccolo amico. Sono sicuro che riuscirai a giocarci". Di fianco a me, scottava il motore della mia Fiat 500 Giardinetta, sulla quale avevo affrontato, da solo, il viaggio dalla nativa Como. Solo, e no stop, eccettuata qualche ora di sonno ai margini della strada, o sul ferry boat per Dover.
Si trattava, ora, di entrare. Ma l'incantevole visione pareva deserta di ogni segno di vita, eccettuato un guardiano. E da quell'uomo in divisa, che si esprimeva in una lingua tanto diversa dalla mia maestra di inglese, sarei stato costretto a capire che, entrare, non si poteva. Era domenica, il club chiuso a tutti. Ritornare a Londra, rintracciare su una vecchia cartina l'Hotel Rembrandt, l'alloggio dei tennisti iscritti al torneo, non fu facile. E l'unica consolazione fu l'incontro di un amico svedese, Stocky Stockemberg, munito di borsa e racchetta, pronto a trasferirsi, con la sotterranea, al vicino Queen' s Club, Baron' s Court. Lì affrontai la mia prima Slazenger modello Wimbledon. E, se non la mancai, la presi tanto male da spedirla nel campo vicino, dal quale una vecchia socia infastidita la rinviò, con un commento severo. Mezz' ora più tardi, trafelato, confuso, ma un filo meno spaesato, mi vidi costretto a lasciare il campo ad altri tennisti, e non riuscii a rientrarvi se non per dieci minuti sgraffignati di contrabbando, verso sera.
Il giorno seguente, lunedì, ero alfine a Wimbledon, negli spogliatoi, in compagnia di tanti altri tennisti, quasi tutti amici. Ero destinato al campo numero 16, un posto periferico, in compagnia di uno iugoslavo a nome Laszlo, un vecchio (in realtà trentenne) che avevo già battutto piuttosto agevolmente a Nizza. C' erano, a vederci, due tipi aggrottati e solenni: due funzionari dell'ambasciata, seppi poi, attenti a che Laszlo non scegliesse la libertà. E, per parte mia, una matura socia del mio club, che teneva per mano il nipote, a Londra per imparare l'inglese . Misi un set a capir qualcosa di quei rimbalzi tanto diversi dalla tennisolite. Vinsi il secondo. All'inizio del terzo giunsero i primi crampi. L'arbitro e i tre giudici di linea ebbero pietà di me, e mi consentirono - inaudito - di andarmi a cambiare una maglietta intrisa di freddi sudori. Ritornai sul campo 16 solo per completare il mio inglorioso esordio. Nello stringermi la mano, Laszlo mormorò: "Grazie", in italiano. Non mi parve affatto ironico e lo vidi allontanarsi con i suoi due custodi, mentre la socia del mio club si affannava a consolarmi.
Oltre che nella mia memoria - chissà se Laszlo vive ancora - il ricordo di quel Wimbledon 1953 è fissato sulla carta rosa stinta della "Gazzetta dello Sport", alla quale, un giovane direttore, Gianni Brera, mi aveva invitato da due anni a collaborare. "Preludietto a Wimbledon" iniziava il pezzo, di spalla in terza pagina, quella che era, a quei tempi, la pagina nobile dei quotidiani, la sede degli elzeviri. "Non ho scoperto gli inglesi - iniziava, in tutta modestia, quello scritto -, lo hanno già fatto Giulio Cesare e tanti altri, nonostante quei furbi avessero inventato il trucco della Manica. Però è interessante vederli intorno ai campi di tennis. Sono diversi da tutti noi".
Non mi avevano certo ammesso alla tribuna stampa, in quell'anno avventurato. Era stata, la mia, un'attività di cronista abusivo. Le ferree e gnocche regole del dilettantismo non consentivano che un tennista iscritto a Wimbledon si permettesse anche di scriverne. Concorrenza sleale, sarebbe apparsa ai severissimi dirigenti, e ai signori giornalisti. Alla tribuna stampa avrei invece avuto accesso tre anni dopo, inviato di un nuovissimo giornale, "Il Giorno". Incredibilmente, l'accredito del ventiseienne cronista si sarebbe dimostrato ancor più complesso dell'iscrizione del ventitreenne tennista. Soltanto il giorno d' inizio mi sarei reso conto delle ragioni di simile complessa trattativa postale. Ero il primo. Il primo giornalista italiano regolarmente accreditato, per seguire tutte le fasi di quello che i britanni definiscono, tout court, The Championships, I Campionati. Certo, qualcuno dei corrispondenti londinesi dei nostri giornali ci aveva messo il naso, per un giorno, deciso a scrivere il solito pezzo di costume, o semplicemente ad evitare l'impervio acquisto del biglietto. Ma inviati mai. E, dopo un iniziale moto d' orgoglio, mi ero vergognato. Vieni dalla provincia, Giannino, mi ero detto. La sala stampa di quel lontano 1956 non conteneva più di una trentina di tavolini: di paglia intrecciata, azzurri. I miei colleghi, quasi tutti venerandi, almeno per me; quasi tutti in blazer blu o in gessato scuro, beninteso con cravatta regimental, mi sembravano senili non meno di quanto, oggi, appaia io stesso. Molti di loro inalberavano una rosa all'occhiello. C' era un solo cronista americano, corrispondente a Londra. Due francesi. Un indiano ornato di turbante e barba biblica. E un turco, una straordinaria imitazione di gentleman britannico che, avrei saputo anni dopo, non era un cronista, ma un dirigente del Tennis Club Ankara, o forse uno che si spacciava per tale. Non riuscirò mai a dimenticarlo perché gli stavo sottovento, nei peggiori posti della tribuna, e tanto fumava la sua pipazza da procurarmi un'asma che divenne cronica. Gli articoli che questo eterogeneo gruppo di scribi inviavano quotidianamente erano tutti scritti su macchine portatili, e la mia Olivetti Lettera 22 avrebbe sollevato ironiche curiosità, come la sfilai dalla sua custodia. Il mio primo pezzo da Wimbledon, a pagina 8 del "Giorno" del 26 giugno 1956, reca nel titolo: "Sensazionale a Wimbledon: eliminato Drobny!". Sottotitolo: Pietrangeli e Sirola hanno superato il primo turno del più importante torneo tennistico mondiale. Questo, l'attacco. "Nelle prime tre ore delle due settimane di Wimbledon una delle teste di serie è fuori. E l'eliminato è stato - la gente oggi a Wimbledon non voleva quasi crederlo - quel Jaroslav Drobny che nel 1954 ottenne proprio sui court della Mecca del tennis la più sfolgorante affermazione della sua carriera". Drobny era stato un avversario. Era rimasto un amico. Dopo la sconfitta, ebbi modo di parlargli. Qualcuno dei colleghi inglesi se ne accorse e il più disinvolto venne a chiedermi se avessi uno scoop. Avevo letto, per mia fortuna, l'Inviato Speciale di Evelyn Waugh, e scoppiai a ridere. Il tipo non si offese. Mi offrì un wisky che, generosamente, mi consentì alla fine di pagare e in cambio delle considerazioni di Drobny mi informò che avrei fatto bene a ingraziarmi l'unica centralinista, che a partire dalle sette di sera veniva assediata, circuita, pregata, sommersa di richieste per le chiamate internazionali. Fiori?, mi informai. Mai più. La Signora dei telefoni prediligeva il Gin.
Il mio primo Wimbledon da scriba terminò in gloria, quanto l'altro, quello da tennista, era finito miseramente. Ebbi anche un premio giornalistico. Et pour cause. Dopotutto, a Wimbledon, quella volta non avevo avuto rivali: ero il solo italiano.



Origine: Repubblica

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