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   Notizia del 19 aprile 2009 ore 09:33 - Visite 64
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La mossa di Barack divide Little Havana

Reportage. Il presidente Obama: "Pronti al confronto con Cuba"
"Giusto". "No, è una resa". "Passaggio rivoluzionario". "Si aiuta un tiranno"
La mossa di Barack divide Little Havana
dal nostro inviato MARIO CALABRESI


La stagione degli uragani è cominciata con sei settimane di anticipo quest'anno a Miami: la decisione di Barack Obama di togliere le restrizioni ai viaggi e all'invio di denaro a Cuba per chi ha parenti nell'isola, l'annuncio di un nuovo inizio nei rapporti con L'Avana, ha sgretolato un mondo che resisteva da quasi mezzo secolo.

Ha spaccato le famiglie, approfondito le divisioni tra le generazioni e reso inservibile l'ultimo armamentario ideologico della Guerra Fredda. Ha creato un'attesa incredibile e dato vita ad un nuovo gioco di società che gira attorno alla domanda: "Partire o non partire?". Da lì poi la discussione ha mille variabili che si ascoltano ovunque: "Bisogna andare subito"; "Mai, non si deve tornare finché i Castro non saranno morti"; "Meglio aspettare, almeno un anno"; "Solo chi va subito può vedere che opportunità ci saranno per fare business"; "Il modo giusto per tornare è l'aereo"; "No, bisogna arrivare in barca a Varadero". Non si discute d'altro in tutta la Florida del Sud, dove i cubano-americani sono più di un milione e lo fanno con speranza, rabbia, paura o gioia.

"Non voglio andare, non voglio perdere i ricordi che conservo da 48 anni: la mia scuola, la casa dei nonni, le immagini di un Paese normale. Sono scappata da L'Avana che avevo 13 anni e se adesso ci tornassi la mia memoria sarebbe cancellata da qualcosa che non conosco. Preferisco restare qui". Teresita Gonzalez ha 61 anni ed è arrivata negli Stati Uniti nel 1961 con l'operazione "Peter Pan", quando la Chiesa cattolica portò via da Cuba 14.780 bambini. Sta mangiando da sola da David's, a Miami Beach. È una cliente abituale e i camerieri la prendono in giro: "E adesso cosa farete voi repubblicani, continuerete a combattere una guerra senza senso?". Lei non gli da retta, si sistema i capelli e il colletto della giacchetta, e racconta: "Se sei cubano e hai più di quarant'anni sei automaticamente considerato repubblicano, ma io penso che Obama abbia fatto l'unica mossa intelligente: rompere il muro. Adesso Cuba verrà contaminata ogni giorno di più da chi arriverà dall'America, e per il regime sarà sempre più difficile tenere in piedi l'immagine del diavolo a stelle e strisce".

Per la vecchia guardia della comunità cubana, quelli scappati subito dopo la rivoluzione castrista e arrivati fino al 1980, l'embargo, le restrizioni alla possibilità di viaggiare, mandare denaro e regali erano una religione, qualcosa che non si doveva discutere, il giusto castigo contro il regime e l'unico risarcimento al dolore e alla rabbia di aver perso tutto. Ai giovani, quelli che sono scappati da Cuba negli ultimi 25 anni e che hanno lasciato sull'isola amici e familiari, tutto questo sembrava invece un'ingiusta punizione verso chi non aveva avuto la fortuna di sbarcare in America.
Cinque mesi fa l'uomo simbolo della vecchia guardia, Mario Diaz Balart, aveva vinto ancora una volta, battendo sul filo di lana (52 a 48) il democratico Joe Garcia e conservando quel seggio al Congresso con cui la sua famiglia da decenni condiziona la linea degli Stati Uniti nei confronti di Castro. Mario adesso ha perso la voce, non ha più voglia di parlare con i giornalisti e si è limitato ad uno stringato comunicato scritto: "Obama ha fatto il peggiore degli errori, così arriveranno più soldi ad un tiranno che li userà per reprimere il popolo".

Lo sconfitto di novembre invece è raggiante: "Avevo perso una battaglia, ma adesso sto vincendo la guerra, i Diaz Balart e il loro mondo sono stati superati dalla storia e stanno perdendo il loro potere". Mentre Obama è a Trinidad a riscrivere i rapporti con l'America latina, Joe Garcia passeggia per Miami Beach, raccoglie strette di mano e saluti come fosse ancora in campagna elettorale. La linea del presidente era il suo programma, e molti sostengono che sia il consigliere ombra della Casa Bianca per le politiche con Cuba. Un ragazzo corre fuori da un caffè per "battergli il cinque": "Sono cinque anni che manco da L'Avana e non vedo l'ora di tornare dai miei amici, ma c'è la crisi e non so quando avrò i soldi per partire".

Tutti guardano a L'Avana, alle mosse che farà adesso il regime: "Obama ha fatto la prima mossa, adesso la palla è nel loro campo - sottolinea Joe Garcia - e tutto dipenderà da come si muoveranno. Obama ha mandato un messaggio forte a tutti i cubani: potete viaggiare, comprare, spendere e fare regali, ma se non ve lo faranno fare allora dovrete prendervela con il regime non con l'America. È un passaggio rivoluzionario: se io adesso spedisco a mio fratello i soldi per comprarsi una casa o un antenna parabolica per guardare la tv satellitare e gli viene impedito, la colpa non è più degli Stati Uniti che affamano ma di Fidel e Raul Castro".

"Sono arrivato che avevo 13 anni e ricordo il mio stupore uscendo dall'aeroporto nel vedere le macchine americane, e poi la solitudine perché non parlavo inglese". Andy Diaz, 27 anni, all'ultimo mese della scuola di legge, fa parte di quella generazione "americanizzata", che ha lasciato i quartieri storici dell'immigrazione, non fa più vita di comunità e ha votato per Obama: "Non sono mai più tornato a Cuba, ma ho altre priorità: prima voglio visitare l'Italia. Mia madre non sta nella pelle mentre mio padre ha paura, perché nessuno sa come si comporterà il regime: è chiaro che se aumenteranno i viaggi loro perderanno il controllo su chi arriva e vedranno svanire l'immagine di un nemico di cui hanno un bisogno immenso. Perché i cubani americani andranno a casa dei parenti, e smonteranno gli stereotipi, racconteranno che in America certo c'è anche il razzismo, la povertà e un sistema sanitario iniquo, ma puoi lavorare, comprarti casa, viaggiare, mangiare quello che vuoi e che non è così male. Per questo molti hanno timore che il regime cercherà un nuovo scontro, un incidente che congeli tutto come quando per frenare Clinton abbatterono due piccoli aerei che lanciavano volantini".

Si avvicina il cameriere, sente che parliamo di Cuba, racconta che non vede l'ora di andarci per sentire la musica dell'isola ma poi rivela la nuova paura della città: "Se a L'Avana apriranno un paio di casinò, se ci saranno alberghi e ristoranti decenti, allora nessuno verrà più qui: Miami diventerà solo uno scalo per Cuba e perderemo tutti i turisti. Perché là il mare è un'altra cosa e c'è la vera atmosfera dei Caraibi. Anche a Cancun farebbero bene a cominciare a preoccuparsi".
A Little Havana ci sono ancora i cartelli di McCain nei giardini delle case, e l'industria della nostalgia è sempre fiorente: la gente continua ad andare nei piccoli musei dove guarda le foto di com'era Cuba negli Anni Cinquanta, sfoglia i vecchi elenchi del telefono per ritrovare gli amici, prende in mano le riviste che ricordano un mondo perduto. Al ristorante Versailles, il cuore dell'opposizione al regime castrista - fuori c'è una targa che lo definisce "Centro culturale e patriottico dell'esilio" - l'atmosfera è mesta, quando Obama ha fatto il suo annuncio non c'era nessuno, non hanno trovato la forza per protestare. Quando si è saputo che Fidel stava per morire qui fuori la gente in festa riempiva sette isolati, ma adesso c'è la sensazione che il gioco sia cambiato: le regole non si dettano più da qui.

Il vecchio Armando Perez Roura, l'ottantenne che dirige Radio Mambi, la voce della destra anticastrista a Miami, è scatenato: "Obama ha fatto una concessione unilaterale ad un dittatore, l'avevo sempre detto che era un comunista". Ma anche ai tavoli del Versailles tutto è più sfumato. "Io sono contraria - dice Ana Maria Alemany - così si aiuta il governo, gli si danno soldi per resistere". Ma l'embargo non ha fatto cadere Castro: "La colpa è stata degli europei che sono stati ciechi e accondiscendenti per troppi anni con Fidel. Mi manca molto Cuba, ma non ci tornerò mai, almeno finché ci sono i comunisti". Il marito Joaquim, avvocato benestante, è molto meno netto: "Nel lungo periodo si rivelerà una scelta saggia, perché chi è rimasto a Cuba si renderà conto che vive nel posto sbagliato e delle falsità che per anni gli ha raccontato il regime". Ma l'idea di un lungo disgelo è prostrante per chi aveva sperato di veder crollare Castro, e Joaquim sconsolato si avvia verso la macchina: "Nemmeno la festa per la morte di Castro siamo riusciti a fare, ma morirà mai? Ho smesso di sperare anche in questo". La loro figlia invece ha votato per Obama e appena può andrà a vedere che cos'è Cuba.

Miami è divisa tra la curiosità dei giovani, la nostalgia degli adulti e la paura di restare delusi dei vecchi. Lo scrittore Norberto Fuentes, l'autore di "Hemingway a Cuba", il dissidente che uscì dalla galera solo grazie a Gabriel Garcia Marquez, alla domanda su cosa farà il giorno che rimetterà piede a L'Avana risponde malinconico: "Io non ho nessuna nostalgia di tornare: cosa ci vado a fare, a coltivare delusioni?".


Origine: Repubblica

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